Buon compleanno Radio3 Scienza! Per celebrare i 20 anni del quotidiano scientifico e ricordare la sua ideatrice Rossella Panarese , scomparsa il 1° marzo del 2021, venerdì 20 gennaio 2023 Rai Radio 3 dedica una giornata a un tema molto caro a Rossella Panarese e di grande attualità: la partecipazione delle donne all’impresa scientifica e gli ostacoli, i pregiudizi, gli stereotipi che ancora permangono. Tra le protagoniste della giornata: Elena Cattaneo , biologa e senatrice, Maria Chiara Carrozza , presidente del CNR, l’astronauta Samantha Cristoforetti , Daniela Mapelli , rettrice dell’università di Padova, Lucia Votano , fisica dell’INFN, la virologa Ilaria Capua , l’astrofisica e scrittrice fantasy Licia Troisi , l’ingegnera aerospaziale Amalia Ercoli-Finzi , la climatologa Elisa Palazzi . Due gli appuntamenti: un seminario nella sala degli Arazzi di Viale Mazzini, la mattina dalle 10.00 alle 12.30; e una diretta...
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Le TraccediRos, per ricordare Rossella Panarese con appunti, foto, note, disegni, idee, riflessioni, ricordi e testimonianze.
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Un passo a due
Qualche mese fa una classe romana di terza media è venuta a visitare Radio3. Non so cosa i giovanissimi studenti e studentesse avessero immaginato di fare in quella mattinata extra scolastica, ma alla mia domanda per rompere il ghiaccio: "Cosa vi capita di ascoltare alla radio?" hanno reagito con un silenzio stupito. Poi una ragazzina più audace degli altri mi ha detto: "Ah sì. La radio è quella cosa che mia madre ascolta in macchina quando mi accompagna a scuola". Evidentemente i tredicenni non ascoltano la radio. Tutti i segnali che provengono dal monitoraggio delle abitudini mediatiche dei più giovani ci dicono che la radio (ma vale in diverse misure per tutti i media tradizionali) sta andando velocemente verso un radicale cambiamento che però ancora non sappiamo davvero quale sia. Anzi non ne abbiamo idea. Per questa ragione il nostro lavoro quotidiano guarda sia alla radio tradizionale, quella dei programmi che si susseguono lungo il palinsesto della giornata, sia al web dove proponiamo prodotti audio on demand.
Non siamo preoccupati per il nostro presente. Gli ultimi dati di ascolto registrano una crescita della platea radiofonica (nel 2016 ha raggiunto più di 35 milioni e 400 mila ascoltatori) e le classifiche di itunes registrano il successo in download dei prodotti radiofonici. Tutto bene dunque, ma c’è bisogno di cogliere i cambiamenti in corso e adattare ad essi il nostro lavoro. Allo stesso tempo dobbiamo valorizzare i punti di forza della radio e vedere se possono essere utili anche in altri campi. Per esempio nella variegata attività della comunicazione scientifica.
Curo e conduco programmi radiofonici dedicati alla scienza da diversi anni. Come piacere collaterale insegno la radio nei master di comunicazione scientifica. Sono lezioni - esercitazioni e gli studenti mostrano di divertirsi molto.
Ma negli ultimi anni ho cominciato a riflettere su che cosa davvero propongo loro quando faccio lezione e se insegnare la radio non rischi di essere un esercizio slegato da una possibile progettazione professionale.
Oggi chi sceglie un master in comunicazione della scienza non ha l’obiettivo di lavorare in una radio, anche perché non c’è una significativa offerta di lavoro in questo campo.
Chi segue un master vuole scrivere articoli per giornali on line e di carta, proporre video divulgativi, diventare social manager oppure organizzare eventi scientifici. Lo studente di un master non vuole perdere soldi e tempo in cose inutili, ma raccogliere possibilità di futuro.
Allora mi sono chiesta: c’è qualcosa nel modo in cui si parla di scienza alla radio che sia utile anche a chi non fa e non farà questo mestiere?
In questi anni è cresciuto il peso sociale delle scelte individuali. Il cittadino sembra rivendicare la propria libertà e autonomia di decidere in campi tradizionalmente comunitari (la salute pubblica, la politica, persino la valutazione dei dati scientifici) chiedendo sì di essere attivo, ma allo stesso tempo mettendo in discussione il modello razionale della conoscenza, il primato dei fatti e delle prove.
Uno dei compiti più ardui del comunicatore di scienza di fronte a questi comportamenti è quello di riuscire ad ascoltare, a costruire un dialogo paziente e partecipato con cittadini e riuscire a mantenere il proprio ruolo di mediazione.
Il linguaggio radiofonico può dare un contributo, seppur piccolo, a questo tentativo di accorciare le distanze tra lo scienziato, il comunicatore e il pubblico. Può suggerire modalità di parola e di ascolto.
I ferri del mestiere del comunicatore radiofonico sono la musica, i suoni e naturalmente le parole. Lo strumento della parola radiofonica è il linguaggio parlato, che resta tale anche quando scriviamo i nostri testi.
La narrazione è l’elemento costitutivo della parola detta. La sua riuscita è misurata dal ritmo con cui il parlante organizza le sue parole.
Spesso usiamo la frase "ha un buon ritmo" per tanti prodotti diversi, un libro o un film. Ma nella radio il ritmo è tutto. Lento, incalzante, andante oppure veloce, non importa. Chi fa la radio lavora su una successione di suoni, pause e accenti non casuale. Anche quando improvvisa. E’ il modo in cui sollecita, stimola e coinvolge i propri interlocutori.
I professionisti dei corsi di public speech lo sanno bene. Chi ascolta qualcuno che parla ha bisogno di essere ciclicamente stimolato a continuare quell’ascolto. La chiamano soglia di attenzione anche se non si sa se esista davvero. Mentre siamo certi dell’esistenza di una relazione particolare che si instaura tra chi racconta e chi ascolta, una sorta di “passo a due”. Una relazione particolare.
E’ come quando sei a un tavolo a bere una birra con le amiche e racconti una storia che ti è capitata. Se parli come fossi da sola, senza guardare negli occhi le tue interlocutrici, aggiungere un commento, un’esclamazione, un richiamo a qualcosa che sai essere interessante per ognuna di loro, probabilmente le tue amiche cominceranno a distrarsi.
Quando parli alla radio devi guardare negli occhi ognuno dei tuoi ascoltatori. Anche se ovviamente non li vedi.
Parlare è sempre parlare a qualcuno. Grazie alle parole un amico può evitare la coda in tangenziale o trarre delle riflessione sulla natura del proprio rapporto sentimentale. E’ una cosa ovvia perché da secoli sperimentiamo la potenza del linguaggio narrativo come condivisione di idee ed emozioni e come lo strumento con cui costruiamo la nostra comunità.
E’ meno ovvio il fatto che questo accada nello stesso modo anche alla radio.
Non c’è un altro mezzo di comunicazione che punti in maniera esclusiva sulla consapevolezza di essere in due. La radio vive di un’attenzione bidirezionale tra chi parla e chi ascolta. Un passo a due che si sviluppa attraverso la narrazione (ti racconto qualcosa), il porre domande (mi stai chiedendo) e il ragionamento (voglio sapere di più).
La relazione che intercorre tra la radio e i suoi ascoltatori diventa qualcosa di molto personale.
E’ un’esperienza di comunità e di condivisione che richiama alcune delle esperienze sociali in Rete.
Come possiamo usare questa esperienza sociale e allo stesso tempo personale della comunicazione radiofonica parlando di scienza?
In questi mesi chi si occupa di salute pubblica si sta interrogando su come affrontare la sfida inattesa e molto complessa di convincere i genitori a vaccinare i propri figli. I vaccini sono farmaci di grande successo, salvano ogni anno milioni di vite umane, fanno risparmiare risorse che possono essere utilizzate per curare malattie contro cui non esistono immunizzazioni. Eppure ci troviamo di fronte in Italia, come in altri paesi, all’aumento dei casi di morbillo dovuti alla minore copertura vaccinale.
Come si dialoga con i genitori che hanno paura o sono contrari alle vaccinazioni? Il dibattito sul come fare coinvolge medici, ricercatori, politici, giornalisti e non ha ancora individuato soluzioni condivise.
Sappiamo però quello che al momento non ha funzionato pienamente: non è bastata una comunicazione assertiva seppure chiara, né il richiamo al consenso della comunità scientifica e ai dati epidemiologici inequivocabili.
I vaccini non sono il solo esempio nella società contemporanea di una contraddizione che sta emergendo tra la crescita dell’impegno della comunità degli esperti nella comunicazione della scienza e la reazione scettica di una parte del pubblico che non ne riconosce il primato.
Stiamo sperimentando nel rapporto tra scienza e società alla formazione di una distanza emotiva e cognitiva tra chi lavora per la condivisione di fatti e di prove e una parte non silenziosa seppur piccola di chi dovrebbe condividere queste conoscenze.
Penso che questa contraddizione debba essere affrontata anche vigilando su un linguaggio che sia aperto all’ascolto anche di coloro che rivendicano un diritto di partecipazione alla scelte pubbliche anche se i modi in cui lo fanno non ci piacciono.
Senza mettere sullo stesso piano la competenza di medici e ricercatori, con la semplificazione della retorica emotiva, scettica o addirittura complottista di chi non riconosce quella competenza, è possibile mettere in campo una comunicazione determinata e ferma nei contenuti, ma con una sincera propensione all’ascolto? E può servire?
Il linguaggio radiofonico, come abbiamo visto, è costitutivamente un linguaggio di interazione necessaria con un altro. Il mezzo radiofonico vive in questa relazione e forse può dare un piccolo contributo al dialogo.
Ci sono alcuni difetti in cui noi radiofonici incorriamo più frequentemente quando parliamo alla radio. Si tratta di difetti di grammatica radiofonica che diventano però soprattutto errori di comunicazione. Come quando diamo per scontato che anche chi ascolta conosca quello di cui stiamo parlando o quando saltiamo le domande più ovvie perché le riteniamo troppo elementari.
Quando rifletto sul mio lavoro penso che sia un buon insegnamento di umiltà e che forse questo invito all’umiltà le garantirà un lungo futuro.
r.
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